Fast Fashion: storia, evoluzione e impatto ambientale

fast fashion

Cos'è la Fast Fashion

La locuzione fast fashion, tradotta alla lettera, è “moda veloce”, “moda rapida”, definizione ispirata da quella “fast food”.

É la produzione molto veloce di capi economici, ispirati a quelli delle grandi maison della alta Moda , dagli altissimi costi ambientali e sociali.

Le aziende che producono abiti secondo le regole della fast fashion inventano mode una settimana dopo l ‘altra, propongono almeno una decina di collezioni all’anno rispetto alle classiche “Autunno-Inverno” e “Primavera -Estate” della alta Moda.

Queste aziende inculcano nei potenziali clienti psicologicamente il bisogno dell’acquisto compulsivo, l’idea che dal momento che il capo costa poco si possa acquistare senza troppi pentimenti e in continuazione.

La strategia di queste aziende fast fashion è quella di creare un meccanismo per cui le mode durino poco in modo da creare sempre nuovi trend.

Il NewYork Times utilizzò l’espressione “fast Fashion” per la prima volta alla fine del 1989, quando uno di questi “mostri sacri” della Fast Fashion aprì le porte del suo store nella Grande Mela: l’articolo, che è diventato famoso, descriveva un nuovo modello di fare business per il quale bastavano 15 giorni perchè un capo di abbigliamento passasse dalla mente creativa di uno stilista all’oggettiva vendita in negozio.

La fast fashion viene considerata un processo di democratizzazione della Moda, un fenomeno economico che ha permesso a tutti di vestirsi “bene” seguendo le ultime tendenze.

 

Fast-fashion, lavoratori e ambiente

I ritmi di questa produzione fast sono frenetici e sostenibili solo trasferendo la produzione in paesi dove il costo del lavoro e della manodopera è molto basso e i lavoratori vengono sfruttati e sottopagati.

Un tragico e straziante esempio di quello che la fast fashion ha provocato è il crollo del Rana Plaza Factory Complex a Dhaka in Bangladesh nel 2013 dove morirono 1133 persone, di lavoratori tessili, tra cui molte donne.

Il documentario “THE TRUE COST” diretto da Andrew Morgan nel 2015 ci da in 90 minuti una concreta idea dei danni provocati dalla Fast Fashion Industry: gli abiti sono prodotti con materiali sintetici e inorganici che non sono biodegradabili. Per i metodi di produzione invasivi, per l’uso nocivo di pesticidi , coloranti e solventi che finiscono negli ambienti acquatici, il settore della Moda e del Tessile rappresenta la seconda industria più inquinante del mondo, dopo quella del petrolio.

Secondo il Fashion Danish Institute ¼ di tutte le sostanze chimiche prodotte nel mondo provengono dal settore tessile che le produce per realizzare il poliestere e le altre fibre sintetiche, che dal 2007 sono diventate le più diffuse per l’ abbigliamento (62%).

In questi processi produttivi vengono emesse particelle e gas, emissioni di CO2 pari a 1 miliardo e 200 milioni di tonnellate all’ anno superiori a quelle di tutto il traffico aereo mondiale, l’ossido di di azoto, idrocarburi, ossidi di zolfo e altri sottoprodotti.

Anche il cotone se non proviene da coltivazioni biologiche mette a rischio la salute di lavoratori e la salubrità di acque e terreni.

La rivista” Fashionista “ rammenta che nonostante l’espansione delle più famose aziende fast fashion sia nuova, già nell’Ottocento si realizzavano i primi abiti in serie, già esistevano lavoratori anche minorenni sfruttati.

Molte aziende della Fast Fashion, infatti,appaltano parte della produzione a società che producono tessuti o indumenti in paesi come l ‘India, la Cina, la Cambogia, il Bangladesh dove la manodopera locale costa pochissimo.

Al mese questi lavoratori tessili guadagnano l’ equivalente di circa 120 euro e per poter lavorare devono spostarsi lontano dalle loro case, su camion poco sicuri. Nel 2015 più di 7000 operaie sono rimaste ferite in incidenti stradali e 130 sono morte.

Il trend della Moda fino alla seconda guerra mondiale era molto più contenuto, la maggior parte delle donne si cuciva gli abiti a casa solamente la classe alta poteva permettersi di andare DAL SARTO E DI FARSI FARE NUOVI ABITI SU MISURA.

Negli anni ’50 post guerra cominciò a diventare frequente acquistare capi prodotti in fabbrica in serie, soprattutto i giovani cercavano abiti già pronti nei negozi.

Negli anni ’60 crescendo il numero di industrie tessili si iniziò a dislocare alcune fasi della produzione nei paesi sottosviluppati, dove non ci sono sistemi di discarica per i prodotti chimici usati nella tintura delle stoffe né tantomeno è previsto alcun tipo di smaltimento dei rifiuti generati.

É proprio in questo periodo che videro la luce, come piccoli negozi, quelli che poi sarebbero divenuti i grandi modelli della Fast Fashion.

Negli ultimi venti anni spendere poco, vestire alla moda è diventata la norma per la maggior parte della gente ed è questa la ragione del successo della Fast Fashion.

Le fibre più usate sono quelle sintetiche, in particolare il poliestere, un composto della plastica, che non si degrada neppure dopo lo smaltimento.

Ogni volta che si lavano vestiti in poliestere vengono rilasciate nell’acqua tantissime minuscole fibre non visibili ad occhio nudo e indistruttibili.

Attraverso l’acqua queste arriveranno al mare, dove saranno ingerite da piccoli organismi come il plancton, a loro volta mangiati da pesci più grandi che prima o poi finiranno nelle nostre tavole.

É un circolo vizioso: noi inquiniamo le acque che a loro volta finiscono per inquinare ciò di cui noi ci cibiamo.

Ci basti solo riflettere sul fatto che ogni secondo viene buttato l’equivalente di un camion carico di indumenti!

Ecco perchè noi di made italy moda abbiamo scelto di non avere brand della fast fashion.

Mymod

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